Non conosco Valeria Parrella e non ho letto i suoi libri, quindi non è di lei o della sua produzione che parlo.
Parlo invece dello Lo Spazio Bianco di francesca comencini e tratto da un romanzo della Parrella.
Il soggetto è interessante e volutamente - insistentemente - femminile, aggettivo di genere, semplice ma efficace.
Una madre single - per scelta o per destino, non è chiaro - ha una bambina nata prematura, costretta all'incubatrice per due mesi. Due mesi di sospensione in cui la madre vede - con i propri occhi - ciò che normalmente è celato: l'arcano della nascita e l'imponderabile del suo esito, felice e salvifico o infelice e tragico.
Il film sono i due mesi di attesa, il limbo, lo spazio bianco che la donna abita fuori e dentro di sè, in attesa di qualcosa che può accadere o scomparire per sempre.
La storia di un'assenza che attende il compiersi della presenza.
A questo punto immaginerete una poetica in sottrazione, la tensione dell'invisibile, dell'inpronunciabile, il fluttuante circo delle sillabe prima del comporsi della parola, del senso, l'amplificazione dei rumori di fondo, il volume dell'aria, la distanza della luce.
E invece no. Qualcuno deve aver detto che con la Buy questa storia si poteva fare, altrimenti niente da fare. Immagino. Oppure è stata la Buy a dire: questa storia la faccio io, questa storia è la mia storia. Chi lo sa.
Fatto sta che la Margherita Nazionale ci è entrata con tutta la carica nevrotica di cui è capace, un fuoco così scomposto e sguainato da corrodere la celluloide.
Mai si era visto un personaggio femminile così smarrito (non nel senso di ingenuo) e odioso (quando è difficile non tifare per una madre single, penso io), che rivendica per sè ogni inquadratura, ogni scorcio, ogni movimento di macchina. Tutto è dovuto alla sua instabilità, alla sua insicurezza, al cumulo notevole delle sue delusioni.
Il contorno, appunto, è contorno. Langue sullo sfondo.
I pochi uomini che circolano sono o inutili o stronzi. Oggetti di arredamento spermatico.
Ogni tanto la Comencini prova a giocare la carta della visione onirica, con le puerpere danzanti nella corsia. Ma è gioco piccolo piccolo, un po' ruffiano e un po' laboratoriale.
Rimane solo la scommessa sulla vita della piccola, ce la fa o no? La va o la spacca? E questo è l'elemento più presuntuoso e più tragicamente malizioso: imbastire sul terno al lotto di una vita la prestazione esasperata della protagonista/attrice (scrivo attrice perchè ad ogni lacrima o tiro di sigaretta la Buy sembra dirci: che, me lo date il premio?).
Certo è che se qualcuno domani dovesse chiedere all'attrice di spingere ancora sull'acceleratore della nevrosi ce la ritroveremmo sulle scene senza neanche il corpo, ma solo con un grumo di filamenti nervosi.
Penso che l'esercizio della sottrazione (così comune e fondamentale nel terzo teatro) si componga sempre di due fasi, due cose: mettere e rinunciare.
La prima riesce a tutti.
La seconda solo ad alcuni.
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A seguito, mi torna in mente una cosa.
Quando Kubrick girò Shining, Stephen King ne rimase al contempo affascinato e profondamente deluso.
Affascinato perchè Kub. con un solo film aveva riscritto i codici dell'horror.
Deluso (e incazzato, disse poi) perchè il senso della sua storia era stato del tutto stravolto.
Il protagonista della storia di King non era Jack Torrance (il mattino ha l'oro in bocca) bensì il luogo, la dimensione, l'Overlook Hotel. E poi nel film si capisce dalla prima inquadratura che jack Torrance è un pazzo maniaco.
E' pazzo ancora prima di impazzire, disse King.
Ma noi abbiamo Jack Nicholson, avrebbe risposto Kubrick.
Già.
P.S.
Quando ebbe fatto abbastanza successo e denaro, Stephen King riacquistò i diritti di Shining e fece rigirare un adattamento per la tv che fosse fedele al libro.
La gelosia degli scrittori.
venerdì 29 gennaio 2010
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